È incredibile il mio costante e pungente desiderio di comprendere ogni situazione, di dare un nome a tutto ciò che mi accade intorno, di cercare aggettivi che rendano più intuibile ogni cosa che vorrei raccontare. Non so, onestamente, se questo mio bisogno nasca dalla volontà di categorizzare ogni cosa o se faccia riferimento alla mia indole da giornalista, non me lo sono mai davvero domandato e non so nemmeno se vorrei conoscere la risposta.
Ciò che so è che quotidianamente seziono immagini, ricordi, parole, gesti miei ed altrui per capire, per dare voce a ciò che talvolta voce non ha, per sapere come comportarmi o come gestire le situazioni che vivo. È una ricerca quasi maniacale della giusta percezione: ogni parola, ogni sguardo, ogni messaggio, ogni mossa deve avere un nome che la identifichi e deve essere inserita nel giusto spazio della mente. È un lavoro sfiancante che ti costringe a rimuginare per ore su quanto detto o accaduto.
Potrei paragonare questo esercizio mentale al lavoro che viene fatto nel laboratorio analisi: ogni provetta ha un contenuto che viene analizzato al microscopio e poi catalogato. Ogni contenuto ha la sua provetta e ogni provetta determina il buono o il cattivo esito degli esami. E così ogni singolo istante di ogni giorno.
Forse è solo paura: paura di non saper affrontare le situazioni che la vita ti pone di fronte, paura di non saper reagire nel modo giusto, paura di non essere mai davvero all’altezza. O magari è semplice deformazione professionale.
Ciò che so è che è un lavoraccio inutile a volte, perché, semplicemente, certe cose accadono, senza troppe spiegazioni. E le persone agiscono all’impronta. Non importa quanto tu ti sia preparato, quante volte tu abbia analizzato una conversazione, quanta parlantina tu abbia: ci saranno sempre momenti che ti lasceranno senza fiato. E forse la vita vale la pena di essere vissuta proprio per quello.
