Il bisogno di capire

È incredibile il mio costante e pungente desiderio di comprendere ogni situazione, di dare un nome a tutto ciò che mi accade intorno, di cercare aggettivi che rendano più intuibile ogni cosa che vorrei raccontare. Non so, onestamente, se questo mio bisogno nasca dalla volontà di categorizzare ogni cosa o se faccia riferimento alla mia indole da giornalista, non me lo sono mai davvero domandato e non so nemmeno se vorrei conoscere la risposta.

Ciò che so è che quotidianamente seziono immagini, ricordi, parole, gesti miei ed altrui per capire, per dare voce a ciò che talvolta voce non ha, per sapere come comportarmi o come gestire le situazioni che vivo. È una ricerca quasi maniacale della giusta percezione: ogni parola, ogni sguardo, ogni messaggio, ogni mossa deve avere un nome che la identifichi e deve essere inserita nel giusto spazio della mente. È un lavoro sfiancante che ti costringe a rimuginare per ore su quanto detto o accaduto.

Potrei paragonare questo esercizio mentale al lavoro che viene fatto nel laboratorio analisi: ogni provetta ha un contenuto che viene analizzato al microscopio e poi catalogato. Ogni contenuto ha la sua provetta e ogni provetta determina il buono o il cattivo esito degli esami. E così ogni singolo istante di ogni giorno.

Forse è solo paura: paura di non saper affrontare le situazioni che la vita ti pone di fronte, paura di non saper reagire nel modo giusto, paura di non essere mai davvero all’altezza. O magari è semplice deformazione professionale.

Ciò che so è che è un lavoraccio inutile a volte, perché, semplicemente, certe cose accadono, senza troppe spiegazioni. E le persone agiscono all’impronta. Non importa quanto tu ti sia preparato, quante volte tu abbia analizzato una conversazione, quanta parlantina tu abbia: ci saranno sempre momenti che ti lasceranno senza fiato. E forse la vita vale la pena di essere vissuta proprio per quello.

Stazioni e sentimenti

Di stazioni ne frequento tante, sono anni ormai che mi destreggio tra binari, carrozze e pannelli orari.

Eppure, ogni volta che sono in stazione o che sono di passaggio durante i miei viaggi in treno, mi ritrovo ad osservare la gente che aspetta il proprio turno per salire sul mezzo ed inevitabilmente finisco con lo scrutare anche il viso spesso triste delle persone che sono accanto ai futuri passeggeri.

Non posso fare a meno di pensare a quello che sta accadendo alle loro vite, alla destinazione che raggiungeranno quelle persone ed al ritorno a casa dei loro conoscenti, e, magari, alla sensazione di vuoto che proveranno sulla strada del rientro.

Mi sono autoconvinta che vivendo la distanza fisica dal resto della mia famiglia, avendo avuto un’infanzia fatta anche di abbracci, arrivederci e partenze questa mia curiosità nei confronti delle persone che frequentano le stazioni mi abbia portato ad entrare in empatia con loro, con i loro volti e con le loro vite. Come a voler intendere che anche io so bene cosa si prova in quei momenti e che la lontananza è parte della vita di ognuno di noi.

Eppure, ogni volta, inesorabilmente, mi ritrovo a pensare all’arrivo a destinazione dei futuri passeggeri e immagino sui loro volti grandi sorrisi ed altrettanti calorosi abbracci. Quasi a ricordare a me stessa che si può essere tanto felici anche in altri lidi e fra altre braccia.

E forse ci si può davvero ritrovare ancora una volta nel sorriso di chi ti aspetta per accoglierti a braccia aperte.

Persone come vestiti

Se c’è una cosa che ho imparato in questi ultimi anni è lasciar andare, mollare definitivamente la presa su ciò che mi ostinavo a credere mi facesse bene e che invece spesso si rivelava essere l’opposto.

Ho imparato a gestire le sconfitte con una maturità che chiaramente non avevo prima, ho compreso che alcune persone sono come vestiti: nessuno è davvero sostituibile, ognuno è a sé ed è prezioso per noi. Ma, esattamente come i vestiti, alcuni finiscono con il non essere più adatti alla tua fisicità, non ti ricordano più perché ti piacessero tanto. O semplicemente non ti stanno più bene addosso, perché magari hanno perso la loro forma iniziale o perché sei tu ad essere cambiato.
La saggezza di questi (quasi) 25 anni mi ha condotto a discernere le battaglie perse da quelle che invece vale ancora la pena continuare a combattere.

E forse la vera bravura nella vita, la reale maturità sta tutta qui, nel capire che a volte lasciar andare fa meno male che stringere ancor di più la presa. Chissà che non funzioni un po’ tutto come quella vecchia storia della sabbia e della mano; magari è vero che se stringiamo troppo il pugno ci facciamo male, la sabbia si trasforma in mille piccoli aghi e ci fa soffrire. Magari dobbiamo solo allargare le dita e lasciar passare ciò che è superfluo per poter contenere sul palmo solo ciò che ha la forza di restare e che non si lascia scalfire dalla banalissima forza di gravità.

“Ci scusiamo per il disagio”

Io me la ricordo bene la cura con cui sceglievo il posto ogni volta che salivo sul treno. “Questo no, questa carrozza è troppo affollata, scelgo il posto vicino al finestrino. Lato sinistro del treno però, così mi godo il tramonto”. E per tutta la durata del viaggio guardavo fuori dal finestrino e immaginavo ciò che la mia vita sarebbe diventata: immaginavo il vestito della laurea, la festa, la commozione negli occhi di mio padre, immaginavo il mio primo giorno di lavoro, la vacanza con gli amici.

Forse chi non ha mai fatto il pendolare non sa che quella breve tratta è la dose quotidiana minima che ci viene data per sognare. Quarantacinque minuti perfetti per darci la carica, per non pensare a dove si sta andando, ma per guardare le cose da un altro punto di vista. C’è lo studente che spera in un bel voto all’esame, la signora che va a trovare i parenti e spera in una bella accoglienza, l’operaio che spera in una giornata meno faticosa di quella precedente, la dottoressa che spera in una giornata senza il peso della morte addosso.

Se ti guardi bene attorno riesci a leggere negli occhi della gente ciò che sta sognando. E insieme a loro sogni pure tu. Ma mai nessuno in quei viaggi mentali che si fanno in quarantacinque minuti di viaggio credo abbia mai ipotizzato che la propria vita potesse finire in quel momento. Non credo sia mai rientrato nel proprio immaginario.

Invece tante delle persone che si trovavano su quel maledetto treno a Corato nell’estate 2016 e tre delle persone che si trovavano a Pioltello ieri hanno vissuto l’incubo peggiore. Non l’hanno solo sognato. Non si sono risvegliati dolcemente rincuorati dal presente.

Io conosco bene quei treni e conosco ancora di più le condizioni in cui si viaggia. E da una persona che per quattro anni ha vissuto da pendolare posso affermare che questo incidente, più di altri disastri ferroviari, si sarebbe potuto evitare con qualche controllo in più e qualche disagio in meno.

Non scusatevi più per il disagio. Evitatelo.

Guarda le stelle e fatti guidare.

Sono seduta sul balcone di casa e do uno sguardo a ciò che mi circonda. Attorno a me palazzi e terrazze che mi fanno sognare, ricordandomi quante potenzialità ha una città come questa. 

Mi guardo attorno e respiro. 

Respiro a pieni polmoni il profumo della mia vita, respiro a pieni polmoni le speranze che provengono da chi mi circonda, respiro inalando tutta l’aria che posso perché so che ci saranno momenti in cui mi mancherà il fiato e avrò paura. E allora mi concedo questo momento per gioire di ciò che mi coccola ogni notte. 

Mi avevano detto che in una città come Roma non avrei mai potuto vedere le stelle. E invece sono lì, più splendenti che mai, in grado di farmi ancora sognare e di cullarmi in serate come questa. 

E mentre mi lascio ancora una volta stupire da questa luce soffusa e al tempo stesso rassicurante, penso che forse, a volte, seguire la mente possa rendere felici quanto seguire il cuore. 

ULISSE

Quando ti sale la nostalgia, quando senti le lacrime affiorare, ricordati del perché sei partito, ricordati la meta e di quanta fatica hai fatto per poterti avvicinare ad essa.
Pensa ad Ulisse che per amore di conoscenza è andato in mondi lontani, ma non ha mai dimenticato la via di casa.
Pensa agli abbracci e al calore della famiglia.
Pensa alle parole degli amici di una vita.
Pensa a quello che stai diventando e a quello che vorresti essere di qui a poco.
Ma soprattutto, quando scende la prima lacrima sorridi.
Sorridi come se fossero lacrime di gioia, perché è una gran cosa sapere di poter tornare da qualcuno. Sorridi delle paure che ti attanagliano lo stomaco, sorridi perché ti senti amato, sorridi perché malgrado tutto sei riuscito a stare bene anche lontano.
Sorridi perché sai salvarti da solo. Sorridi perché sai amare davvero.
Sorridi perché la tua casa sei tu e tutto l’amore di cui ti sai circondare.
E sorridi perché, esattamente come Ulisse, ci saranno sempre Penelope, Telemaco e Argo ad attendere il tuo ritorno ed a ricordarti che non sei mai stato così vicino come da quando sei partito.

Say it loud. 

Ditelo! Urlatelo se serve! Correte il rischio di sembrare degli illusi, ma fatelo. Perché non c’è nulla di peggiore che lasciar morire un sentimento tra le labbra. 

Ogni “ti voglio bene”, ogni “ti amo”, ogni “mi manchi” che non pronunciate resta in un limbo che fa più male che bene, che lacera. E quando quella persona a cui erano destinati i vostri sentimenti non potrà più ascoltarli, quando avrete sprecato anche l’ultima occasione che la vita vi ha donato, allora vi sentirete morire dentro e comincerete a fare i conti con voi stessi. 

Perché la verità, amici, è che abbiamo una vita di occasioni e ciò che rende veramente vivi è la stessa sostanza che dilania l’anima quando non sappiamo come usarla. 

Perciò andate da chi amate e diteglielo, perché il momento giusto non esiste e l’orgoglio ed il cinismo non ti leccano le ferite. 

E allora te lo dico di qua, perché non credo di averti mai abbracciato abbastanza forte da fartelo capire: ti voglio bene. Non so dove tu sia ora, ma so bene dove resterai per tutti noi. 

Buon viaggio nonna. 

Il gioco dei “dovrei”

Immaginiamo di fare un gioco, uno di quelli che non pensereste mai di fare la domenica pomeriggio mentre siete sdraiati sul divano a fare zapping. Immaginiamo di dovere a noi stessi un po’ di chiarezza e di sincerità e di fare, per questo, una lista di doveri che tutti abbiamo sin dalla nascita. Ecco i miei.

Dovremmo passare più tempo con noi stessi, per conoscerci, per amarci di più, per dare la relativa importanza ai momenti passati da soli a contemplare il soffitto.

Dovremmo passare più tempo a giudicare noi stessi e le nostre parole, più che quelle altrui.

Dovremmo ascoltarci di più, lasciar riposare la mente e provare a sentire ciò che ci dice il cuore (o l’istinto).

Dovremmo essere più noi stessi, senza freni né paure, senza la volontà di essere accettati a qualunque costo, senza dover piacere per forza.

Dovremmo imparare ad accettare i “no” come risposta, a non vedere il marcio in tutto (soprattutto nelle relazioni sentimentali).

Dovremmo guardare una donna e vedere in lei molto di più che fascino e corpo.

Dovremmo insegnare agli altri, e prima di tutto a noi stessi, che amare vuol dire anche accettare le differenze e prendersi cura della felicità altrui.

Dovremmo, ma non lo facciamo mai. Perché anche se lo sappiamo, anche se sappiamo fin dall’infanzia che non si picchia una persona, anche se sappiamo bene che non ci si deve adeguare alla massa, anche se ci hanno insegnato che non si dà fuoco ad una donna e anche se ci hanno ripetuto fino allo sfinimento che a volte è meglio mollare la presa, alcuni di noi restano aggrappati a stupide, piccole e malate convinzioni e lasciano la coscienza a casa.
Si sentono potenti e violano la legge. Si sentono fighi e ti insultano. Si sentono invincibili e ti calpestano.
Ma non sanno che la potenza, la bravura, la superiorità e la grandezza sono tutte nel sorriso degli sconfitti, una volta che si sono rialzati.

È per te questo bacio nel vento

Avresti dovuto esserci. Avresti dovuto vederlo e gioire con me.

Saresti stata felice di sapere dove sono arrivata, di vedere chi ho avuto la fortuna di incontrare. Di vedermi realizzata ed appagata.
Tu che mi hai immaginata tante volte seduta dietro ad una scrivania a condurre il telegiornale, tu che sognavi con me quando ti dicevo qual era il mio obiettivo.

E invece non c’eri il giorno della laurea, non c’eri quando sono andata via di casa alla ricerca del mio futuro e non c’eri nemmeno oggi.

E ti giuro che baratterei un anno intero della mia vita con un tuo abbraccio, con un altro giorno vissuto con te.

E a volte va bene, ci sono giorni in cui riesco a farcela. Ma oggi no.

Oggi avrei voluto chiamarti, dirti che sono dove volevo essere, nel posto esatto che avevamo sognato insieme.
Poi mi sono ricordata che non potevo farlo, che dovevo accontentarmi di pensarti.
E in quel momento ho sperato davvero che tu potessi vedere tutto da lassù.
Ho sperato davvero che la tua forza e il tuo credo potessero diventare il mio per potermi sentire meno sola, almeno per un po’.

Lucky girl in an unlucky world

Mi lamento sempre della sfiga che mi perseguita, ma in realtà sono stata fortunata.

Sono fortunata perché ho una famiglia, ho un cuore che batte, ho delle persone fantastiche accanto e sto (in)seguendo il sogno di una vita.

Ho sempre potuto stringere la mano di mia mamma quando da piccola avevo paura prima di addormentarmi, ho sempre potuto correre nel letto di mamma e papà quando un incubo mi faceva troppa paura, ho sempre potuto contare sulla spalla fedele di mio fratello e in genere mi è sempre bastato un abbraccio di mio padre per sentire lontani i pericoli.

Non ho davvero nulla di cui lamentarmi, al momento. Quindi anche le piccole sfighe quotidiane, vita, sappi che posso accettarle. Purché si faccia un patto: tu continua a comportarti così e io comincerò a sforzarmi di essere meno insofferente.
O perlomeno ci proverò. Lasciami le grandi gioie e tieniti le piccole.

Perché anche adesso, quando il mondo mi fa un po’ più paura e il cielo sembra più buio in un attimo, mi ricordo di quando la mano di mia mamma si staccava dalla mia poco prima di addormentarmi e la notte mi sembrava potesse durare un’eternità.
E adesso, come allora, chiudo gli occhi, faccio un bel respiro e penso che non sono mai davvero sola.

Penso che quel buio prima o poi finirà.

Penso a quanto potrà essere bella la luce successiva.

E, sempre, la luce torna impetuosa e scomoda e si posa su tutto, anche sulle ferite che col buio della notte credevi rimarginate.

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